Il pescatore

Aveva sì e no tre anni, le braccia secche, un folto cespuglio di ricci neri in testa e una miriade di lentiggini intorno al naso quando il padre gli insegnò a nuotare. Anche il suo vecchio era stato pescatore in gioventù e il salmastro gli si era attaccato addosso, sulla pelle indurita dal sole e dal sale e sui modi rudi e bruschi di chi non è abituato a parlare molto e lo fa controvoglia. Quegli stessi modi rudi e bruschi con i quali lo aveva semplicemente calato in acqua dal vecchio gozzo bianco e celeste con la vernice scrostata e l’ancora arrugginita per dieci anni di abbandono. L’acqua era gelida e il sole si era alzato da poco e iniziava a disegnare ologrammi sul pelo cristallino del mare. Era la prima volta che il padre lo riportava nella sua terra natia, in Grecia; fino a quel momento ne aveva solo sentito parlare come di un luogo mitico, lontano un oceano e un continente, dove le montagne erano dolci e ricoperte di ulivi centenari e l’acqua del mare si rinchiudeva in piccole baie ciottolose assumendo ogni sfumatura di turchese. Non c’erano spiagge desertiche e sconfinate né balene e pellicani, e quando i suoi arti si abituarono alla temperatura dell’acqua si sentì come se fosse nel suo ambiente naturale. Istintivamente cominciò a muoversi ritmicamente, rimanendo a galla.

Adesso che il tempo lo aveva nuovamente allontanato un oceano e un continente da quelle baie ciottolose e le rughe iniziavano a solcare il contorno dei suoi occhi grigi, il pescatore ripensava raramente a quel ricordo lontano. Si sentiva solo messicano, anche se a Cabo San Lucas lo chiamavano El Griego. Aveva denti marci e l’espressione sorniona di chi ne ha passate molte. Si assicurò che i quattro passeggeri avessero i giubbotti di salvataggio e spinse la piccola imbarcazione nell’acqua scura dell’oceano. Era ancora mattina, ma il cielo era così scuro che sembrava pomeriggio inoltrato e l’aria tanto pesante da far prevedere un temporale. Si accese una sigaretta e raddrizzò il timone puntando l’orizzonte lontano. La donna bruna seduta a prua si guardò indietro come se per un attimo volesse tornare a terra. Alle sue spalle le quiete brulle montagne costellate di cactus; davanti l’ignoto dell’oceano, scuro e minaccioso. Uno stormo di pellicani disegnò una coreografia in cielo prima di tuffarsi in picchiata per il pasto mattutino. In lontananza le nubi presagivano l’arrivo della tempesta. Non c’erano altre barche in mare, nessun turista in cerca di balene che volesse rischiare la furia del temporale. Stavros gettò il mozzicone in acqua e scrutando l’orizzonte dette gas al motore.

Alla donna fu necessario qualche minuto per realizzare dove fosse. Sollevò la faccia dal libro, i capelli appiccicati alla guancia. Due gocce di saliva dagli angoli della bocca avevano disegnato una piccola macchia di umido sulla pagina. Si tirò su a sedere guardandosi intorno come imbarazzata per il fatto che qualcuno potesse averla vista dormire. Ma non c’era nessuno. Solo il tramonto a delineare ombre cinesi sull’Arno. Si sistemò indietro i capelli e guardò l’orologio sperando di avere ancora un po’ di tempo per scoprire che ne sarebbe stato della piccola imbarcazione nella tempesta. Ma la sera incalzava. Rimise libro e telo nello zaino, montò in sella e si avviò verso casa.