New York

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Abbiamo selezionato questi estratti dalla nostra guida per te
perché possa provare il piacere di leggere i libri Polaris

01. Meatpacking District 02. Time Square 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl 04. Upper West Side: Pomander Walk 05. Il soul food di Harlem

E.B. White più di un cinquantennio fa scrisse pagine meravigliose su New York, a cui negli anni si ispirarono liberamente film e canzoni, storie e documentari, guide e raccolte fotografiche. Insomma tutta la marea di parole spese sulla città più bella del mondo.
Sosteneva l’esistenza di tre città in una: la New York degli uomini e delle donne che ci sono nati, che ne accettano dimensioni e turbolenza come inevitabili; la New York dei pendolari, ogni giorno divorata “dalle locuste” e risputata fuori ogni sera. E l’ultima, la New York di chi è nato altrove, e ci è arrivato in cerca di qualcosa. Di queste tre “tremule” metropoli, la più grande è proprio questa. Perché è questa terza dimensione quella che plasma la disposizione energetica di New York, il suo vigore nervoso, il suo zelo per ogni forma artistica e culturale. I newyorkesi danno solidità a questa città, meno verticale di quello che sembra; i pendolari ne garantiscono irrequietezza e flessibilità, ma sono i newcomers che da un secolo e oltre ci portano la passione.
Quando ho scritto la mia guida, io ero una newcomer. Incerta del fatto che mi sarei mai veramente fermata. Innamorata della forza propulsiva della città, e dalla stessa terrorizzata per l’innata tendenza ai cicli ed ai tempi lunghi di noi mediterranei. Ho letto miliardi di pagine, molte hanno ispirato il mio libro. Molte passeggiate che ho narrato ripercorrono passo passo le passeggiate fatte da altri, per altre ragioni, o per le stesse, prima di me nel ventre della città. Ho avuto la fortuna di avere tanti compagni di viaggio, e scoprire luoghi di cui ho parlato e altri che ho voluto tenere segreti per me.
Ho lasciato fra quelle strade il mio cuore. E non è un modo mieloso di dire. È proprio là, ancora là. E certamente quella piccola scheggia di energia che ha animato il mio percorso nella Grande Mela è ancora in circolo, come da sempre là circolano le energie.
Perché New York è davvero questo, un melting pot di tante vite, di tante storie, di tante esperienze e ognuno oltre a vivere le proprie si impossessa avidamente di quelle degli altri che le hanno lasciate là a disposizione.
Questa immensa catena sociale che non conosce età, razza, sesso e religione è New York.
Poi, ma solo molto dopo, ci sono i grattacieli, i grandi magazzini e la Fashion Week.
– introduzione dell’autrice per il blog –

01. Meatpacking District – 02. Time Square 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl 04. Upper West Side: Pomander Walk 05. Il soul food di Harlem

01. MEATPACKING DISTRICT

Al di là dell’isolato preferito dai turisti per le foto ricordo, per i locali alla moda e il parco sospeso, Richard Lieberman stava vivendo un momento proustiano. Pezzi di carne, però, non madeleine. “Ho iniziato a lavorare qui quando avevo 8 anni, occupandomi di comporre le confezioni”, racconta Lieberman, poi diventato professore di storia al LaGuardia Community College e Direttore dell’Archivio.
Nel 1953 , “qui” – un punto sulla West 13th Street, a ovest della Nona Avenue – c’era lo stabilimento di confezionamento della carne di suo padre. Ora è un cantiere. L’edificio è stato abbattuto un paio di anni fa, dopo che la Landmarks Preservation Commission ebbe concluso che “non contribuiva” alla conservazione del Gansevoort Market Historic District, comunemente conosciuto come il Meatpacking District, e che “la sua demolizione non avrebbe sminuito il particolare carattere storico e architettonico” del quartiere. Ma per il signor Lieberman, 65 anni, questo era un landmark personale.
È così che nasce questo racconto nostalgico. Mi invia una e-mail dopo avermi incontrato all’archivio Warner. “Ho lavorato sulla High Line per lo scarico del bestiame dal Midwest”, l’e-mail diceva, “sarei contento di fare una passeggiata nella zona e mostrarti come si fa uno scambio di rotaia”. La rotaia di Lieberman, però, non era sulla High Line, ma semisospesa nell’aria – a circa sette metri da terra – in un edificio a mezzo isolato dallo stabilimento di suo padre. La rotaia, mi spiega, faceva parte di un complicato sistema di trasporto utilizzato per spostare una spedizione, pezzo per pezzo, dai carri merci sulla High Line al livello del suolo. I camion poi facevano la spola avanti e indietro da e verso gli stabilimenti di macellazione. Là dentro solo neri dal sud o ebrei sopravvissuti all’Olocausto. Lo scarico dei vagoni sulla High Line “era un vero balletto”, dice. “Ma se facevi il tuo passo troppo presto ti ritrovavi 150 kg di vitello morto sulle spalle”, invece che su un gancio attaccato alla guidovia. E molte altre insidie che il più giovane garzone su un equipaggio di cinque o sei dovette imparare a evitare.
Suo padre, però, aveva altre preoccupazioni: mi mostra una sua foto scattata durante il fine settimana del Memorial Day del 1953. “Avevamo appena comprato una nuova macchina fotografica”, racconta. “La portavamo ovunque. E certamente nel fine settimana avevamo l’impegno di andare a controllare l’impianto”. La preoccupazione era il sistema di refrigerazione. “Questi impianti erano refrigerati attraverso condotte di ammoniaca ed era un sistema complicatissimo che prevedeva la separazione dei blocchi di ghiaccio nelle condutture”. “Non si fidava dell’ingegnere che doveva controllare”, dice ancora Lieberman. Quindi, andò a controllare i tubi lui stesso, e portò con sé il figlio.
Nella foto c’è anche il parafango della macchina di famiglia, una Cadillac. I suoi genitori la diedero via pochi anni dopo per una nuova di zecca – quando gli alettoni di coda grandi erano di gran moda – perché improvvisamente la loro Cadillac sembrava vecchia e di basso livello “per i figli di immigrati che aspirano a essere nuovi ricchi”, e “dovettero poi fare dei lavori per estendere il garage perché la nuova vettura non entrava”. Suo padre finì in bancarotta nel 1960. “Fu colpa della sua personalità – era ruvido, non andava d’accordo con le persone – e dei sindacati che stavano guadagnando potere e misero molto personale in sciopero”, insiste. “E la mafia, poi, che assume il controllo dell’allevamento del bestiame. Qualcuno entrò e disse che, se volevamo il bestiame da Upstate New York, dovevamo affiliarci con loro”. Mia madre tuonò: “Se ti metti in affari con la mafia me ne vado e porto via i ragazzini” E così fu. Tace per un attimo. “Ce ne andammo attraverso i tubi di raffreddamento” ride.
Non molto tempo fa, la cosa più trendy indossata nel Meatpacking District era dunque un grembiule macchiato di sangue. Ora, Gansevoort è il quartiere più alla moda di New York, pieno zeppo di ristoranti trendy, club esclusivi, e costosissime boutique. Vi segnaliamo il ristorante Buddakan, dove si tenne la cena di addio alla vita da single di Mr Big e Carrie nel primo dei lungometraggi di Sex and the City. Nonostante l’assalto, il quartiere è riuscito a mantenere parte della sua identità, grazie alle molte aziende all’ingrosso di carne che ancora operano tra Gansevoort e West 15 th Street. Di notte, però, il quartiere si trasforma, addio macellai, benvenuta Sarah Jessica Parker
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01. Meatpacking District – 02. Time Square – 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl 04. Upper West Side: Pomander Walk 05. Il soul food di Harlem

02. TIME SQUARE

Times Square è uno dei luoghi culto di New York nell’immaginario collettivo. Le luci al neon delle insegne pubblicitarie illuminano questa zona della città a giorno e rappresentano uno dei migliori business degli imprenditori statunitensi. Basti pensare che la scritta “NASDAQ” sul Nasdaq MarketSite è costata qualcosa come 37 milioni di dollari, mentre il solo affitto dell’area vanta un prezzo superiore ai due milioni di dollari al mese. E poiché l’affitto viene regolarmente rinnovato dal gennaio 2000, il ritorno deve essere tale da giustificare la spesa.
La storia di questo angolo di New York è particolare quanto affascinante. Di proprietà di uno dei generali di George Washington durante la Guerra di Indipendenza, venne ceduta nel XIX secolo come terreno coltivabile o destinato all’allevamento. Il nuovo proprietario, John Jacob Astor, abile imprenditore, vendette il terreno in lotti edificabili agli hotel e alle aziende del settore immobiliare. Il nome della zona è dovuto al fatto che l’editore del New York Times portò i propri uffici in un edificio della 45sima, convincendo l’allora sindaco di New York a costruire nelle vicinanze una stazione della metropolitana. Da allora la zona prese il nome di Times Square, mentre l’edificio sede della redazione, dopo aver cambiato proprietario e destinazione, è oggi chiamato One Times Square.
Divenuto luogo caro ai personaggi dello spettacolo nei primi decenni del Novecento, anche grazie alla sua vicinanza a Broadway, negli anni della depressione subì un pesante declino divenendo uno dei quartieri più malfamati della città. Durante il “Periodo Giuliani”, Times Square entrò nel programma di rivalorizzazione e venne letteralmente ripulita da malviventi, spacciatori e locali ambigui, restituendo alla zona il suo antico splendore. Oggi, grazie quindi all’opera di Giuliani, il sindaco più amato dai newyorchesi, Times Square è un punto di riferimento per cittadini e turisti, una delle aree meglio vigilate e salvaguardate, nonché il simbolo stesso della città.
Dal 2011 alcune aree di Times Square e di Herald Square, lungo Broadway, sono chiuse al traffico, diventando le prime vere isole pedonali permanenti di Manhattan. Magro destino per Broadway, che dall’inizio del secolo sino agli anni Cinquanta era la via per antonomasia non solo dei teatri più prestigiosi, ma anche dei primissimi autoconcessionari. Questa è sicuramente la prima tappa di un’evoluzione che porterà nel giro di qualche anno alla chiusura al traffico di interi quartieri di Manhattan
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01. Meatpacking District 02. Time Square – 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl – 04. Upper West Side: Pomander Walk 05. Il soul food di Harlem

03. QUEENS PUBLIC LIBRARY AT HUNTERS POINT: L’AVANGUARDIA LETTERARIA DI HOLL

A 70 anni questo architetto di New York è largamente considerato uno dei talenti più originali della sua epoca. Il suo lavoro ha influenzato un’intera generazione di architetti e studenti di architettura. E negli ultimi dieci anni o giù di lì è diventato una star in paesi lontanissimi come la Cina ed il Giappone, dove è celebrato come un artista in grado di permeare di lirismo qualunque progetto di architettura urbana, per quanto colossale.
Eppure la sua carriera in patria è da sempre nell’ombra. Ha avuto solo una manciata di commissioni importanti negli Stati Uniti e la sua produzione a New York è praticamente nulla. Così, quando il consiglio di amministrazione della Queens Public Library ha approvato il progetto della nuova biblioteca di Hunters Point, si è trattato finalmente del tanto atteso punto di svolta. Il progetto, realizzato in collaborazione con il partner Chris McVoy, sorgerà sul lungomare ed è “un’espressione evidente della fatica di continuare a scuotere la polvere dalle biblioteche della città e procedere alla loro riconversione in quantomeno vivaci hub comuni”.
Vista da Manhattan, questa biblioteca di vetro ed alluminio, che sorge a fianco dell’insegna rossa della Pepsi-Cola e dei resti di un terminal di traghetti abbandonato, potrà forse risultare inquietante. “Al crepuscolo le enormi finestre di forma irregolare della biblioteca emetteranno un bagliore misterioso, quasi ci fossero fantasmi intrappolati all’interno. E a tarda notte, quando l’edificio è al buio, i riflettori si accenderanno sulla facciata scanalata e le finestre sembreranno grotte scavate nella parete di una scogliera” racconta Chris McVoy.
Solo passeggiando attorno al sito stesso, comunque, l’ottimismo avveniristico che guida la progettazione di Holl viene messo a fuoco. La biblioteca resterà al margine occidentale della zona ovest dei Queens, un mix senz’anima di torri di appartamenti tutti uguali e strade senza uscita costruite negli ultimi dieci anni. Steven Holl mi dice “non si tratta di sfuggire a questo mondo, ma di sforzarsi di trasformarlo in qualcosa di più poetico. Avvicinandosi dalle torri al di là della strada, i visitatori entreranno in un tranquillo giardino zen, oasi per la lettura; un piccolo paradiso separato attraverso delle mura dal contesto di urbanizzazione estrema che lo circonda. Altissimi alberi di Ginkgo saranno all’origine di ombra e privacy.”
Quando ho visto per la prima volta la rappresentazione di questa facciata mi è tornato in mente Day’s End di Gordon Matta-Clark (1975), in cui viene usata una sega elettrica per tagliare grandi aperture circolari nella parte esterna di un edificio industriale abbandonato sul fiume Hudson a Lower Manhattan. In entrambe le opere, le aperture/finestre, sovradimensionate e quasi ritagliate a colpi d’ascia dalla superficie, hanno un significato fortemente metaforico. Suggeriscono il desiderio di esporre il privato, il mondo interiore al controllo pubblico, ed evocare instabilità, continua evoluzione.
La hall, poi, è uno spazio imponente con grandi sale di lettura tipo balconi che si affacciano su entrambi i lati. Straordinaria la vista sull’East River e lo skyline di Manhattan. La grande scalinata che porta dalla sala di lettura principale, affacciata sulla hall, ad un’altra sala di lettura per i bambini e gli adolescenti culmina con una terrazza sul tetto, dove durante la bella stagione gli avventori potranno frequentare lezioni e spettacoli o, semplicemente, oziare e godersi la vista spettacolare.
La forza di questa disposizione è permettere di bilanciare il bisogno di solitudine del lettore con un forte senso di comunità. Steven Holl non ha creato un santuario monastico, triste fine di molte biblioteche, ma un monumento per l’impegno civico. Lo scambio intellettuale all’interno di una biblioteca è parte di una grande impresa collettiva. È una bella idea, e toccante nel suo ottimismo ancestralmente americano
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01. Meatpacking District 02. Time Square 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl – 04. Upper West Side: Pomander Walk – 05. Il soul food di Harlem

04. UPPER WEST SIDE: POMANDER WALK

Da queste parti ho un appuntamento con il manager di un complesso spettacolare di case, uno fra i molti gioielli dell’Upper West Side, noto come Pomander Walk. Ci sono arrivata un giorno che ero alla ricerca dei gargoyle in questo tratto così nord europeo di New York. Qualcuno mi ha suggerito questo scorcio, la cui descrizione ha solleticato infinitamente la mia curiosità. Qual è il modo più veloce per visitare un villaggio di campagna inglese trovandosi oltreoceano? In primo luogo, saltare sulla metro n° 1, 2 o 3 e scendere a West 96th Street. Poi proseguire a piedi, verso ovest, sulla 95th per mezzo isolato, ed eccola là, dietro un cancello, nascosta come in uno scrigno, uno dei segreti meglio custoditi di New York City, la Passeggiata Pomander. Un’immagine perfetta: otto case stile nordeuropeo. La passeggiata appare ancora oggi esattamente com’era quando fu costruita nel 1921.
Thomas Healy, un immigrato irlandese che fece fortuna come proprietario di un ristorante, acquistò il terreno nel 1920. Essendo un amante del teatro, commissionò agli architetti Shiras, Campbell e Beverly la progettazione di una enclave residenziale e chiese loro di replicare l’aspetto di villaggio di campagna della scenografia della piece teatrale Pomander Walk. Lo spettacolo era arrivato a Broadway nel 1911 dopo grandi successi a Londra. Gli architetti utilizzarono il set come fonte di ispirazione, ma alterarono il disegno originale georgiano con una virata più tudoresque. Che fosse stata intenzione dei suoi progettisti o no, Pomander Walk ha sempre attirato molta gente di teatro. Voci non confermate dicono che Humphrey Bogart, Lillian Gish e Margaret Hamilton vissero lì, è certo tuttavia che Rosalind Russell, Paulette Goddard e Nancy Carroll lo hanno fatto.
Una volta oltrepassato il blocco dei cancelli in ferro battuto, il visitatore incontra 16 case a due piani costruite in mattoni, stucco e legno, ciascuna con una facciata diversa. Rivestiti in rosso luminoso e verde e blu, alcune con oblò che hanno funzione di finestra, altre con variopinte persiane, ognuna con un francobollo di giardino di fronte. Le case hanno due camere da letto, una al piano di sopra e una al piano di sotto, ma pochi compratori hanno acquistato entrambi gli appartamenti e li hanno combinati per costruire una casa unifamiliare.
Com’è la vita lì? “Favolosa”, mi dice Clarissa Wilder Rousson, che ci ha vissuto per 10 anni, “in quale altro luogo della città si è in grado di sedersi sui gradini di fronte a casa tua con una tazza di caffè e in pigiama?”. “I vicini, poi, hanno sempre organizzato un sacco di feste improvvisate e ogni anno ci riuniamo per celebrare la presa della Bastiglia e Halloween, per non parlare della gara a chi cucina meglio il chili!”
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01. Meatpacking District 02. Time Square 03. Queens Public Library at Hunters Point: l’avanguardia letteraria di Holl 04. Upper West Side: Pomander Walk – 05. Il soul food di Harlem

05. IL SOUL FOOD DI HARLEM

Il posto giusto, forse l’unico, per mangiare soul food ad Harlem è lungo la 116th St (prendete la metro C e vi troverete ad un paio di isolati) e si chiama Amy Ruth’s. Qui sarei tornata molte e molte altre volte. E persino mio figlio, venendo a New York, continua a desiderare di tornare.
Il Soul Food è un tipo di cucina americana elaborata dalla comunità afro-americana nel sud degli Stati Uniti. Intorno alla metà degli anni Sessanta del XX secolo, la parola “soul” era abitualmente connessa con la cultura afro-americana (ad esempio la musica soul) e da qui è derivato il nome di questa cucina. Deliziosa. Insolita. Evocativa. Importante, però, sapere che in questo genere di posti si può solo pagare in contanti e che è altamente sconsigliabile servirsi degli ATM removibili, posti all’interno dei negozi di ogni genere qui dislocati, per prelevare contanti.
Dopo un pranzo squisito (ho mangiato un piatto di ribs – costine di maiale – ricoperte di una marinatura di miele e cannella con due o tre contorni a costituire una generosissima porzione), mi congedo dal mio cicerone. Sono entusiasta, ma è tempo di rientrare, così intravedo dal basso i giardini della Columbia University e mi incammino verso Morningside Heights. Alla soglia dei giardini che fanno da spartiacque fra il quartiere afroamericano e l’università mi ferma una donna, Nicole. Ha in mano uno strano pupazzo senza testa, una sorta di santo nero. E indossa una collana di conchiglie spezzate su un vestitone blu. Parla un incomprensibile miscuglio di inglese e francese. È di discendenza senegalese, deduco. O forse cajun. Nicole mi guarda fissa e dice cose di me che nessuno al mondo può sapere. Segreti, nomi, situazioni. Mi spavento e scappo via. Di corsa risalgo le scale che mi portano nella Manhattan bianca. Mi fermo per riprendere fiato e guardo giù: Harlem. Harlem è mistica. Harlem è magica. Harlem è saporita. Harlem è meravigliosa. Harlem, a volte, fa paura
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New York è un perfetto modello di città,
non il modello di una città perfetta.

– Lewis Mumford –