Una Colombia

Polaris - Una Colombia

Cartagena de Indias (fuori e dentro la mappa)

All’ufficio turistico non hanno una mappa della città. Solo del centro storico e di Getsemani, che rappresentano più o meno la trentesima parte dell’insieme. E tutto il resto? «No, lì non c’è niente da vedere. Le consigliamo di non allontanarsi dalle zone presenti nella mappa».

Per fortuna è presente Tibisay: ha trent’anni, lavora in un albergo sulla spiaggia. Si offre di accompagnarci lei oltre le colonne d’Ercole, verso casa sua. Prendiamo il bus vicino al monumento alla India Catalina, una sorta di frontiera fra la città ricca e famosa e quella povera e dimenticata. Saliamo su un macchinone che fa trasporto passeggeri. Attraversiamo Paseo Bolívar, il barrio Torices, il barrio Le Maitre, 7 de agosto e San Francisco la Loma, una collina dove le erbacce hanno inghiottito i resti delle case crollate per gli smottamenti del 2010 e del 2011. Arriviamo a La Maria, settore Los Corales, che rispetto ai quartieri percorsi in macchina ha un po’ meno case di legno, alcune anche ben curate. Bussiamo alla finestra di Socorro, che da sempre vive in questa casupola sul ciglio della strada. La sua famiglia ci accoglie caldissima e ci sistemiamo con le sedie sul marciapiede, nonostante la pioggerellina. 

Com’era qui trent’anni fa? «Uuuuh, qui era come in montagna! E lì (il marciapiede di fronte) arrivavano le mangrovie». Adesso invece, prima del lago, ci sono tre isolati polverosi. Trent’anni fa non c’erano luce, acqua, niente. Ma c’era più considerazione per questo lato della città. «I politici venivano a vedere come stavamo. Si organizzavano comitati per il miglioramento delle case. Venivano giornalisti, anche statunitensi. Un giorno beccarono una mia amica che portava una tanica d’acqua sulla testa. Le fecero una foto ed è finita sulle riviste di lì». Ora invece il quartiere è ignorato, nelle parole e nei fatti. Mancano giardini e luoghi di aggregazione. Manca la polizia, e poco più in là c’è l’esquina caliente, l’angolo caldo, scenario di furti e violenze. Gli abitanti del luogo lavorano soprattutto in centro, con tutte le attività legate al turismo: massaggi, tagli di capelli, piccole vendite al dettaglio.

Proseguiamo a piedi, dovendo placare gli abitanti apprensivi del luogo che ci danno per fritti, noi, le nostre telecamere e i capelli biondi di Francesco. Fuori a un bar di salsa un uomo seduto su una moto urla il solito «Ehi!» riservato a noi gringos, che il più delle volte non pretende proprio nulla, se non dare fastidio. Ci avviciniamo. Gli tendiamo la mano e lui ne è più che contento: «Benvenuti, qui c’è rumba elegante, se ripassate dopo beviamo una birra». Non ci sarà tempo, ma la conversazione smorza quel poco di tensione che c’è per l’eventuale pericolo. Ai piedi della collina de La Popa (sembrò agli spagnoli la poppa di una nave), la strada è pavimentata da tre mesi. Ne approfittano ballerini che provano coreografie e balli di gruppo. Ma lo spettacolo vero siamo noi, e i ragazzi del posto preferiscono fare domande piuttosto che riceverne. Mi raccontano però della marijuana pesante che scandisce le loro giornate. Facce pulite, voglia di condividere, sapere dell’Europa, del calcio e delle donne. Ma quanto costa un volo per l’Italia? Un po’ troppo. 

Saliamo verso la collina de la Popa per un vicolo ripido, stretto tra case colorate, una sopra l’altra. Dalla cima si vede un bel panorama della città, e un tramonto argentato. C’è anche la sede della Fundación Pies Descalzos, la fondazione di Shakira, superstar barranquillera. Gli abitanti ancora non ci credono. Ce lo confidano i ragazzi che incontriamo in fondo a un vicolo: giocano a carte, a la Yuca, precisamente. Spiegano le regole, poi raccontano di venire desplazados da Palmarito, Norte de Santander, a causa della guerriglia. Sognano una casa di cemento. Intanto si godono la strada asfaltata portata da Shakira. Se però vogliamo sapere di più sulle origini del quartiere, allora dobbiamo bussare al negozio di Gilmara. All’inizio è spaventata e ci parla da dietro la grata, poi però apre e si apre, sciogliendosi in grandi risate nonostante la durezza della sua storia. Viene desplazada da Barrancabermeja, Santander. Le FARC imperversavano e lei non era tranquilla per i suoi figli piccoli. A convincerla ad andarsene furono le pallottole piantate nel tetto di zinco, e l’attentato vicino l’asilo del figlio, causa dei problemi all’udito che ancora lo tormentano. 

I primi tempi a La Popa non furono facili: i desplazados già insediati diffidavano dei nuovi arrivi; la stagione delle piogge ignorava i soffitti e bagnava i letti. Poi iniziò ad ambientarsi, e a vendere alimenti. Ora non lascerebbe la propria casa neanche per sogno, men che mai per i superprogetti edilizi che bramano la collina panoramica: «Uno si affeziona a ciò che ha costruito: lentamente, ma con solidità. Io qui mi sento bene».

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