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Selvaggi!!!

 

Non li sentii arrivare. L’acqua si increspò appena come rabbrividisse sfiorata dalla brezza. Fu più un’esitazione che un dubbio reale a rallentarmi il passo fino a indugiare un attimo ancora sulle rive della palude. O forse, il bisogno di qualche risposta all’inquietudine che aleggiava. La canoa apparve silenziosa come una visione e un nuovo interrogativo. Quattro uomini, armati di archi e frecce, il corpo nudo, rossiccio, lucente di neri tatuaggi e di piume variopinte, mi fissavano immobili.

Potevo mai fuggire? Le gambe paralizzate affondavano nel terreno soffice come tronchi sull’orlo del terrore. Attesi la canoa volgere la prua e puntarmi scivolando tra i miei perché e confusi cosa fare. Poi li vidi approdare agili alla riva, mentre un airone sfrecciava basso sull’acqua da un capo all’altro della visione. Con calma e circospezione si schierarono davanti a me tendendo gli archi senza odio, ma quasi con stupore.

Potevo aspettarmi un “Mister Livingston, suppongo”, dall’eleganza con la quale prendevano la mira senza che le loro facce dipinte tradissero la benché minima emozione. Non suscitavo dunque nemmeno un poco di curiosità? Era tutto così ineluttabile?

Chissà perché mi sentii trafiggere solo da un tuffo al cuore, mentre la vista mi si annebbiava nell’ennesimo rimpianto, quasi un’imprecazione. Le frecce sibilarono veloci e fredde come il destino, trapassarono quell’attimo sudato, si conficcarono in un rantolo soffocato da un’esplosione di ilarità selvaggia. Quando riaprii gli occhi fradici di terrore, vidi quegli uomini saltare alle mie spalle, correre frenetici, attori di un cinismo perfido, scomparire in una fitta della mia nuca contratta. Ricomparvero da un punto indefinito della boscaglia trascinando due corpi ancora agonizzanti di capibara. Dovevo forse la vita al passaggio fortuito quanto provvidenziale di quei poveri ignari animali?

Respirai profondamente quell’aria così dolce e gradevole finché un brivido di liberazione mi rilassò le membra. Accennai un sorriso imbonitore. Chissà, forse si trattava degli indios che stavo cercando. Era, quindi, assolutamente necessario fare amicizia e la carta da giocare era il nome di Domínguez, sempreché non fosse più nemico che amico. […]

Pur con riluttanza e un certo timore mi decisi infine a pronunciarne il nome sperando in bene.

L’attenzione si concentrò su di me. Quello dei quattro che pareva il capo, o il più temerario, mi si parò davanti squadrandomi. Ci fissammo negli occhi a lungo, soppesando giudizi e valutazioni distanti almeno migliaia di anni. Tutto ciò era incredibile quanto grottesco Che gli passasse per il cervello in quel momento rimarrà un mistero. La sua faccia mi era del tutto indecifrabile, le sue reazioni imprevedibili. Gli occhi potevano esprimere paura, distanza, o meglio, diffidenza. So solo che erano profondamente scuri e privi di ferocia. Poteva bastare. La situazione era a tutto loro vantaggio. Potevano fare di me quello che volevano. Questo, sicuramente, li tranquillizzava, oltre a ben disporli l’esito felice della caccia. […]

I quattro scoppiarono a ridere. Non ne capii bene il motivo, ma sembravano divertiti dal mio aspetto. In particolare, il capo riattizzava le risate indicandomi agli altri tre rimasti un po’ in disparte. Infine, si avvicinarono tutti, presero a girarmi intorno dondolandosi sulle gambe, quasi una danza al suono di una nenia incomprensibile e dolce. Sentii sfiorarmi le spalle, il viso, le mani da una curiosità insistente quanto infantile. Ripetevano spesso il nome di Domínguez che, a fatica, riuscii a distinguere in quella cantilena, quasi fosse il nome di un loro dio. Ciò mi fece pensare che dovevano conoscerlo e che si trattava degli indios che andavo cercando. Poi la curiosità si spostò sul mio machete ancora nuovo. Uno di loro me lo prese di mano con una certa qual naturale fermezza. Se lo girò e rigirò tra le mani facendolo brillare alla luce del sole, sorridendo a quel gioco. Approfittai del momento per cercare di spiegarmi. Il mio gesticolare sortì l’effetto opposto alle mie intenzioni suscitando una nuova esplosione di ilarità generale e ben poca comprensione. […] D’un tratto, come un sol uomo, si allontanarono un poco a confabulare. Da quanto ci misero sembrava una cosa seria. E lì, rigirandomi in pena come in attesa del verdetto di una corte, non potei fare a meno di pensare che il mio futuro era sospeso tra una battuta e l’altra di una lingua incomprensibile quanto primitiva. Era come se quel mondo che avevo cercato di penetrare e scoprire, e che finora si era manifestato nella sua primordiale e temibile bellezza, avesse cominciato anche a parlarmi attraverso quelle bocche bavose e selvagge che masticavano suoni gutturali e dolci insieme. […]

Il capo allora si decise a farmi un segno, come a seguirlo. Avevo ottenuto l’assoluzione? Non mi sembrò ostile nell’avvicinarsi e nemmeno quel prendermi per un braccio, spingendomi risoluto nella canoa. Si andava via, qualcosa sarebbe accaduto.

Così, stranamente, ogni timore svanì, quasi ora non mi importasse più di niente e la cosa riguardasse qualcun altro. Presi posto nella canoa senza resistenza accanto alle sfortunate vittime di quell’incontro, degnando appena di uno sguardo quei corpi ancora caldi.

Ben presto avrei saputo che cosa ancora il destino mi riservava.

 

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